Totò visto da:   Steno

 

StenoIl soggetto di Guardie e ladri era di Tellini su un'idea di Fellini. L'idea di farlo con Totò e Fabrizi fu di Ponti. Tra i due comici non ci furono scontri particolari, benché il carattere di Fabrizi sia tutt'altro che facile.

Forse perché nella vita erano molto amici e anzi, la sera uscivano assieme per andare al night. Spesso Fabrizi tentava di mettere bocca. Totò comunque non ci dava peso. Erano duetti di due leoni.

Ogni tanto, quando uno si sentiva sopraffatto dall'altro, cavava fuori le sue astuzie di grande attore. Così Totò fregava Fabrizi con una battuta imprevista e Fabrizi fregava Totò mettendosi a ridere e interrompendogli la scena.

A volte Monicelli, che ha un carattere molto più fumantino del mio, si scocciava. Le difficoltà maggiori le passammo con gli esterni che era giocoforza girare il mattino, e convocare Totò sul set il mattino era un'impresa perché, abituato agli orari teatrali, non connetteva. D'altro canto era un assertore della teoria, abbastanza giusta, che al mattino non si può far ridere.



Totò a colori fu girato tutto negli stabilimenti della Vasca Navale. Era il primo film a colori italiano e le luci erano spaventose. Totò fu costretto a mettersi una borsa di ghiaccio sotto la parrucca, data la violenza dei riflettori. Bene, la parrucca a un certo momento gli fumava.

Con Delli Colli non ci eravamo preparati in modo particolare alla lavorazione a colori.

Contavamo sul tecnico della Ferrania, onnipresente in teatro di posa. Difatti ci stupimmo molto quando vedemmo che la biancheria, che nel bianco e nero per risultare bianca è gialla, era invece azzurra.

In Totò a colori, che è considerata un po' una antologia di Totò, molte cose le girò lui così come voleva, io non mi ritenevo autorizzato a farlo, dato che era quasi tutta roba del suo repertorio teatrale.

Come ad esempio lo sketch del vagone letto, che nessuno meglio di Totò e Castellani poteva conoscere da fuori e da dentro.

 

Fu Ponti a incaponirsi nell'idea di L'uomo, la bestia e la virtù, forse perché Pirandello gli dava la possibilità di avere dei grossi attori come Welles e la Romance.

Fu un tentativo di cast internazionale che in realtà non funzionò.

Ne risultò un film ibrido. Comunque, io la sceneggiatura la feci con Brancati; non è che mi permisi delle cose a vanvera ma mi affiancai il più grosso sceneggiatore e scrittore siciliano, che certo era profondo in Pirandello.

Durante la lavorazione, un giorno Welles mi disse: "Ma che c'entro io tra un napoletano e una francese in questo lavoro?" Allora io gli chiesi perché aveva firmato il contratto, e lui ribatte: " Per fame, ecco perché ".

Comunque, non mi creò mai dei problemi, non tentò mai di interferire. Anzi, ero io che a volte gli chiedevo un consiglio.

Un giorno, finalmente mi suggerì qualcosa e poi aggiunse subito: "Ricordati che non bisogna mai dare retta a quanto suggeriscono gli attori".

Al termine di una scena, si ritirava invariabilmente in camerino. Mi sembra stesse scrivendo qualcosa su Moby Dick.

Quando eravamo pronti per girare e si doveva chiamarlo, cercavano tutti di evitare il compito di disturbarlo, perché ne avevano un sacro rispetto.

Ha sempre avuto un atteggiamento da gran signore.

È uno di quei registi che, quando lavorano come attori per un altro regista, si comportano da ospiti e non da padroni.

 

 

 

In Letto a tre piazze c'è una scena in cui Totò e Peppino vanno a letto insieme perché nessuno stia con la loro comune moglie.

Facevamo la presa diretta con dei rulli in macchina di trecento metri, e abbiamo avuto la sensazione che Totò sarebbe andato avanti.

Peppino si doveva addormentare e lui guardarlo, poi dovevamo dare lo stop.

Ma lui continuava a guardarlo, e non sentendo lo stop Peppino ha riaperto gli occhi e Totò ha improvvisato: "Ma sa che più la guardo e più mi piace?" e da lì è nato tutto un altro pezzo, Totò ha fatto delle cose terribili e divertentissime coadiuvato mirabilmente da Peppino.

Tra Totò e Peppino c'era un'intesa di tempi che veniva dal teatro napoletano.

Tempi che oggi non ci sono più. Inquadrature che andavano avanti per metri e metri senza un minuto di sospensione, e tutte improvvisate, senza perdere un tempo.

 

L'episodio di Totò che è l'ultima cosa che ho fatto con lui, per il film Capriccio all'italiana, e che credo sia l'ultima cosa che Totò ha girato, era la storia di uno che odia i capelloni, che li sequestra e li rapa.

Non so, se Pasolini ha girato prima o dopo di me il suo episodio. Credo proprio che sia l'ultima cosa che ha fatto intera.

Venne anche a doppiare certe scene che in presa diretta erano venute male, con la cuffia. Non era un gran pezzo, si chiamava Il mostro della domenica.

La decadenza di Totò negli anni Sessanta mi resta un po' misteriosa. I suoi film facevano meno cassetta, certo. Ne ebbi una prova, e ne rimasi allibito.

Io avevo preparato un film che si chiamava Il mostro di Roma, che si doveva fare per Buffardi, con Totò e Boris Karloff, e Gianni non riuscì a chiuderlo. Lo feci poi con Franchi e Ingrassia, che allora andavano per la maggiore, e si chiamò Un mostro e mezzo.

 

La stessa sceneggiatura. Non si combinò per Totò e si combinò per Franchi e Ingrassia!

C'era stata anche questa cosa sciagurata e orrenda, questa critica che aveva svalutato Totò, dei mascalzoni che avevano un po' creato un vuoto di critica attorno a lui.

Un po' il calo degli incassi, un po' questa svalutazione, un po' che era invecchiato, anche se poteva sempre fare delle cose egregie adatte alla sua età.

 

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