Dov'è la libertà

 

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Film in B/N durata 87 min.  -   Incasso lire 265.150.000  (valore attuale € 8.264.462,80)   Spettatori 2.251.000   Video-clip 46 sec.

"Dov'è la libertà" 1952 di Roberto Rossellini. Soggetto Roberto Rossellini; Sceneggiatura Antonio Pietrangeli, Vitaliano Brancati, Vincenzo Talarico, Ennio Flaiano. Produttore Carlo Ponti e Dino De Laurentiis per la Lux Film, Giovanni Amati per Golden Film, Direttore della fotografia Aldo Tonti, Musiche Renzo Rossellini, Montaggio Jolanda Benvenuti, Sceneggiatore Flavio Mogherini, Direttore di produzione Nando Pisani, Aiuto regista Marcello Caracciolo (Di Laurino) e Luigi Ciacosi, Fonico Paolo Uccello.

Interpreti: Totò (Salvatore Lojacono), Nyta Dover (la maratoneta di danza), Vera Molnar (Agostina), Leopoldo Trieste (Abramo Piperno), Franca Faldini (Maria), Giacomo Rondinella (un carcerato), Ugo D' Alessio (un giudice), Fernando Milani (Otello Torquati), Giacomo Gabrieli (Torquato Torquati), Andrea Compagnoni (Nandino), Vincenzo Talarico (avvocato difesa), Mario Castellani (avvocato accusa), Ines Fiorentini (Amalia), Thea Zubin (Dea), Pasquale Nino e Fortunato Misiano (tre pensionati), Fred e Aronne (ballerini).

Trama: Il barbiere Salvatore Lojacono dopo 20 anni di carcere per l'uccisione dell'insidiatore della moglie, rievoca in tribunale i fatti che lo portarono a quel gesto. Scarcerato ritrova i cognati che vorrebbero fargli sposare Agnesina. Viene a conoscenza che la donna e' incinta di uno dei cognati, disgustato preferisce rientrare di nascosto in una sana prigione.

 

 

Film completo: Dov'è la libertà

Critica: Nell’opera di Rossellini il tema degli uomini privi di carità è certo tra i più fondamentali. Di solito, però, egli se ne vale per giungere a conclusioni implicitamente o esplicitamente positive attraverso un drammatico procedere di argomentazioni polemiche.

Nel film di oggi, invece, il tema è sentito in tono minore, con scarsi approfondimenti umani e in un clima che, pur mirando all’apologo, non trova mai una sua esatta morale. Il racconto prende lo spunto dal volontario ritorno in prigione di un ex-carcerato cui son bastati solo pochi mesi di libertà per rendersi conto della cattiveria degli uomini cosiddetti perbene.

 

In questa chiave, che ha quasi il sapore di una barzelletta, son viste, una in fila all’altra, tutte le delusioni che la libertà riserva a chi l’aveva tanto sospirata: delusioni sulla fedeltà coniugale, sulla famiglia, sull’amicizia, persino sull’aspetto stesso della città e delle case... Ma tanta malvagità è in genere senza motivo, fredda e esteriore come un elenco cli capi d’accusa; non ferisce realmente l’animo del protagonista, non ci giustifica le sue reazioni, non trova giustificazioni nemmeno a se stessa; in certi luoghi si risolve in rigida asprezza, in altri cede al “grottesco” (se non addirittura alla farsa) e anche come tono, così, non raggiunge mai un sicuro equilibrio.

Il pubblico, comunque, segue l’azione con un certo interesse vuoi per quel clima spesso caricaturale che la domina, vuoi per la presenza di Totò nelle vesti del protagonista: un Totò amarissimo, acido, acre, quasi inedito.  -  Da Il Tempo, 27 Marzo 1954.

 

Il film, diretto da Roberto Rossellini, costituisce un chiaro esempio delle facoltà recitative di de Curtis in direzione del realismo. la sceneggiatura si avvale di Ennio Flaiano e Vitaliano Brancati cui si aggiunge il grande Antonio Pietrangeli, sensibile interprete dei sentimenti "minimi", oltre a Vincenzo Talarico, acuto caratterista e osservatore della realtà, che nel film interpreta anche il ruolo dell'avvocato d'ufficio.


L'apologo ha un sapore vagamente di favola ed è giocato tutto sul filo del capovolgimento dei termini "libertà" e "prigione". Alcune sconnessioni e superficiali soluzioni della sceneggiatura (l'incontro fortuito di Lojacono con l'ex detenuto Rondinella, l'improvvisa apparizione dei tori in prossimità del mattatoio, seguita dall'incontro, pure fortuito, con Otello Torquati, l'intera sequenza dell' "invasione" del carcere, con le classiche lenzuola annodate, ma questa volta per , entrare e non per uscire, la stessa pur bella sequenza della maratona di danza, tuttavia poco verosimile ecc.) non tolgono nulla alla bellezza di questo film e all'interpetazione eccezionale di de Curtis, che disegna un personaggio fortemente imparentato con quello di Nino di "Yvonne la nuit", di Pasquale Miele di "Napoli milionaria", di Ferdinando Esposito di "Guardie e ladri" e di Ercole Pappalardo di "Totò e ire di Roma".

 

L'interpretazione di de Curtis è intensa, accurata nei piccoli dettagli, nella mimica facciale e nel parlato, con le pause e le tonalità alla perfezione. Rossellini sembra indugiare sul viso del personaggio con una accuratezza documentaria e a volte si ha l'impressione che il film sia un pretesto di Rossellini per "esplorare" questo grande pianeta che è appunto il viso di Totò, che ci viene restituito nei suoi angoli più nascosti e segreti.

 

Il personaggio di Salvatore Lojacono attraversa il film con il suo carico di delusione, emarginazione e rassegnata sofferenza e il suo confronto con la realtà risulta una graduale scoperta della corruzione sfrenata, del cinismo e dell'imbroglio che dominano incontrastati. Il film risente di un certo pirandellismo d'insieme, con una dialettica insistita tra l'essere e il sembrare, con l'uso della menzogna e del raggiro ed anche con il rovesciamento, che è centrale in tutto l'apologo e che si riflette anche nel titolo, tra la "libertà" del carcere e la "prigione" della società.

 

Il film ebbe un travaglio particolare, perchè Rossellini abbandonò il film, che fu terminato da Monicelli (non accreditato), che girò le scene mancanti, ossia quelle del tribunale che non a caso sono le scene in cui il personaggio si accosta di più al macchiettismo di Totò. L'ultima scena, infine, quella dell'aggressione di Lojacono al suo avvocato (Talarico) è stata girata da Federico Fellini, per cui si può dire, enfatizzando l'evento, che anche Fellini ha diretto l'Artista. Il film, che uscì due anni dopo, nel 1954, contiene anche tre eccezionali passaggi cantati da de Curtis, il primo, nel carcere, appena accennato insieme a Giacomo Rondinella ("casa mia..."), il secondo cantato da de Curtis a Maria (Franca Faldini), la figlia dell'affittacamere ("Uocchie ca' me parlate...") e il terzo cantato sul terrazzo alla giovane Assuntina ("Me songo 'nnammurato... ch'aggi 'a fa"'). Alberto Sordi doppia il cognato Nandino e Nino Manfredi Fred il ballerino.

Tratto da "Totò principe clown" di Ennio Bìspuri per gentile concessione


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