La scommessa - Serie TV "Tutto Totò"

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Film in B/N durata 47 min. -   Video-clip 38 sec.  -   Sigla TuttoTotò in mp3

"La scommessa" Regia di Daniele D'Anza. Soggetto e Sceneggiatura Antonio De Curtis e Bruno Corbucci; Direttore della fotografia Giorgio Aragno, Musiche Gianni Ferrio, Montaggio Sergio Muzzi, Produzione Aldo Pace per la BL Vision (Roma).

Interpreti: Totò (Oberdan Lo Cascio), Mario Castellani (il maitre), Luisella Boni (moglie di Lo Cascio), Walter Chiari (se stesso), Mario Pisu (Giulio Cesare), Franco D'Amato, Tino Fornai, Ivy Holzer, Viviana Larice, Diana Rabitto, Dino Valdi, Rossella Spinelli, Vittorio Zizzari.

Trama: L'episodio e' tratto da una farsa originale dello stesso Totò. Totò comincia da timidone e finisce dicendo: "Datemi le sorelle Kessler e vi solleverò il mondo" Il programma fu trasmesso dal Programma Nazionale il 25 maggio del 1967 alle ore 21,00 (Canale Nazionale). Replica: il 16 giugno 1978, ore 20.40.

 

 

Film completo: La scommessa

Tratto da un’antica farsa dello stesso Totò, che qui è anche autore della sceneggiatura, l’episodio è centrato su una crudele scommessa tra due coniugi, che vogliono mettere alla prova l’affidabilità di un impiegato e la sua fedeltà al capo di un’azienda, il marito della coppia (Mario Pisu).

È ruolo piuttosto insolito per Totò, che — vestito, come sempre, in frac, bombetta e pantaloni “a zompafossi” si trova nei panni del fin troppo ingenuo impiegato Oberdan Lo Cascio, nel cui nome e cognome quasi si sintetizzano i due estremi geografici del nord e del sud dell’italia. È quindi il povero protagonista che accetta di partecipare a una cenetta intima con la moglie del principale (Luisella Boni), senza sapere che ha scommesso sul tradimento di quell’impiegato da tutti ritenuto onesto e incorruttibile. Naturalmente, il tutto è servito in un contesto da sketch d’avanspettacolo, con riprese in studio e pochissimi movimenti di macchina, salvo i numerosi primi piani del viso di Totò, fotografato dal bravo Mario Scarpelli.

Solo apparentemente l’attore appare disinvolto in un contesto che strizza l’occhio alla presunta e idolatrata modernità. In realtà, il tessuto profondo della sua recitazione rimanda all’archetipo del tipo costruito negli anni Venti e Trenta, con l’aggravante che l’attore è ora cieco e del tutto privo di energia fisica e di dinamismo. Tutto si riduce  quindi alle antiche mossette, alla mimica pulcinellesca e alla confezione manieristica della battuta, stancamente riprodotta nella serie dei duetti su cui l’episodio è costruito.

Così lo vediamo prima dialogare con due belle ragazze, che sono le sue colleghe di lavoro, dopo essere sceso da una bicicletta; poi con il capufficio e la moglie di questi; ancora con uno stravagante dongiovanni (Walter Chiari, che fa se stesso pur essendo chiamato da Oberdan prima Ugo Chiari e poi Walter Gassman) che sembra attendere un’amante, da lui definita «bella donna», ma che in realtà aspetta solo che il cameriere gli porti una bottiglia del digestivo Belladonna; di nuovo con la moglie del principale; infine, in uno scalcinato night, dove si esibisce nella solita danza fatta di membra sciolte dal corpo, mossette e ghigni vari.

 

 

In questo contesto scialbo e insapore non manca qualche gustosa trovata, come quella di presentarsi al guardaroba con un cappello in testa e uno in mano, in modo da sostituire quello che ha in testa con l’altro quando deve toglierselo per salutare. Buona è anche la richiesta che Oberdan fa al maitre di togliere uno zero al conto che deve pagare, oppure il carosello di equivoci con la moglie del principale, dove i nomi della macchina Flaminia e della via Aurelia si aggrovigliano e si sovrappongono in un nonsense alla Campanile. Tutti giocati sulla volontà dell’impiegato di retrocedere, senza tuttavia riuscirvi, da quell’incauta avventura.

 

Sono numerosi i giochi linguistici, come le battute: «Ma lei diventa rosso» — «Avvocato! Sono anemico!», «Perché rimane così impalato?» — «Vuole che mi spali?», «Sono il maitre» — «Lei al massimo sarà un metro e settanta», oppure «violino zigano» inteso per «zio Gaetano», lo scambio di “perorato” con «peperonato», «per entrambi» inteso «per i trampoli», «farabotto» per “farabutto” e poi «Como? Como?», «Sono stato ciurlato nel manico», «zanzèra» e infine gli immancabili «a prescindere», «eziandio» e «pinzellacchera» (al singolare), seguiti dalla guardarobiera che chiede al protagonista «Guardaroba, signore?» e lui si guarda intorno.

 

Veramente mediocre è invece la trovata di far fuggire Totò dietro un paravento che cammina e quella di farlo andare in bicicletta vestito col frac. A conti fatti, siamo agli scampoli del più vecchio teatro d’avanspettacolo, qui servito come una minestra fredda allo spettatore televisivo con la consapevolezza che in fondo era proprio quel tipo di comicità che questo gradiva. "Fonte: Totò attore" di Ennio Bìspuri, edito da Gremese.

 

 

Pochi giorni dopo la sua scomparsa, andò in onda la serie televisiva "Tutto Totò", composta da medio-metraggi che in parte riprendevano sketch celebri (ad esempio, nell'episodio "Il tuttofare", con la scena del parrucchiere, già presente in "Il più comico spettacolo del mondo") e in parte adattavano il personaggio Totò in contesti narrativi attuali, come ad esempio nell'episodio "Totò yè yè" (con lui e Mario Castellani a confrontarsi con il mondo giovanile degli anni 60).

 


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