Siamo uomini o caporali

 

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Film in B/N durata 90 min.  -  Incasso lire 730.000.000  (valore attuale € 18.336.776,85)  Spettatori 5.000.000   Video-clip 33 sec.

"Siamo uomini o caporali" 1955 di Camillo Mastrocinque. Soggetto Antonio De Curtis. Sceneggiatura Antonio De Curtis, Camillo Mastrocinque, Vittorio Metz, Mario Mangini, Francesco Nelli. Produttore Lux Film, Direttore della Fotografia Aldo Tonti e Riccardo Pallottini, Musiche Alessandro Cicognini, Montaggio Gisa Radicchi Levi, Sceneggiatore Piero Filippone, Direttore di Produzione Alfredo De Laurentiis, Aiuto Regista Giusto Vittorini, Fonico Kurt Doubrawsky.

Interpreti: Totò (Totò Esposito), Paolo Stoppa (il capocomparse/il milite fascista/il direttore del Lager/l'ufficiale americano/il direttore della rivista/l'industriale), Fiorella Mari (Sonia), Mara Werlen (Mimì), Agnese Dubbini (sua madre), Franca Faldini (la giornalista), Nerio Bernardi (lo psicologo), Gino Buzzanca (il regista), Loris Gizzi (il tenore), Vincent Barbi (il segretario americano), Henry Vidon (medico tedesco), Rosita Pisano (signora Ossobuco), Vinicio Sofia (signor Ossobuco), Mario Passante (sergente tedesco), Giacomo Furia (Nerone), Gildo Bocci (un testimone), Sylva Koscina (l'aspirante attrice ).

Trama: A Cinecittà si gira un film in costume e Totò, un povero diavolo, tenta di farsi ingaggiare come comparsa, inutilmente, perchè il capo comparsa gli è ostile. Furioso cerca di ucciderlo e viene portato in manicomio. Al dottore Totò spiega la sua profonda convinzione: al mondo ci sono gli uomini che lottano e soffrono e i caporali che comandano  e fanno soffrire gli uomini. Gli racconta di tutti i caporali che ha incontrato nella sua vita e che lo hanno angariato, non ultimo colui che lo ha allontanato da Sonia. Il dottore alla fine decide che non è matto, ma solo sfortunato e lo dimette dal manicomio. Appena fuori rischia di essere investito da una lussuosa macchina dentro alla quale vede Sonia. Ultimo scorno.

 

 

Film completo: Siamo uomini o caporali?

Critica: La celebrità, talvolta, fa perdere il senso delle proporzioni, Solo con questa considerazione si può spiegare la mania di Totò di voler esporre una sua filastrocca della vita. Siamo uomini o caporali è uguale a tanti altri film di Totò, con l'aggravante del tema ambizioso sfruttato in maniera sbagliata. "Cinema Nuovo", Milano, 10 ottobre 1955.

Il pubblico si è trovato di fronte a una opericciola con gusto e bonario compiacimento ironico-satirico, senza gravi cedimenti, ma anzi congegnata su una serie di trovatine, se pure non eccessivamente originali, tuttavia sufficientemente estrose e piacevoli. Alle facili battute del dialogo il pubblico ride e si diverte, non dimenticando, nel suo spasso, l'interpretazione gustosa e sapida del suo beniamino Totò. "La Voce Repubblicana", Roma, 4 settembre 1955.

 

I tre livelli recitativi in cui si è espressa la "maschera" comica di Totò e il "volto" sofferente e drammatico di de Curtis sono strettamente intrecciati e, per la sua stessa struttura, "Siamo uomini o caporali?" mescola il piano realistico-drammatico con la commedia e la farsa, con alcuni sfondamenti evidenti della barriera del realismo minimo.


Il film nasce da una espressione usata quattro anni prima in "Totò le Mokò" ed ebbe un incasso eccezionale grazie anche alla bravura del regista che seppe offrire al pubblico quasi l'essenza stessa dell'amato Totò, non bruciandolo solo nella farsa o nel solito macchiettismo, ma elevandolo a grande attore drammatico, capace di esprimere tuttavia e contemporaneamente anche quei livelli farseschi e comici, come nei grandi clown della storia, sempre presenti e mescolati alla malinconia della vita. Non sfuggì dunque al pubblico che accorse in massa ne alla critica questa unica grande occasione di poter gustare il "Totò uno e trino" che il film offriva, per di più inserito in una storia nella quale ciascuno spettatore si identificava immediatamente.

 

In "Siamo uomini o caporali?", il personaggio è un umiliato e offeso, che in Italia viene immediatamente identificato con il meridionale (al direttore del rotocalco, interpretato da un eccezionale Paolo Stoppa, che gli domanda "lei è saggio?", Totò risponde pronto No, no, io so' napoletano), è il poveraccio che subisce perchè è abituato a subire da secoli la miseria, le prepotenze e le angherie, contro cui ha messo in atto tutto un sistema difensivo, rimanendo però sempre ancorato ad una dimensione di generosità e di solidarietà verso i suoi simili, armato solo di quella suprema e ineffabile "arte di arrangiarsi", nella quale i napoletani sono maestri, che gli permette di attraversare il mare della vita.

 

Totò canta due canzoni: la prima scritta direttamente da lui " 'Sto core analfabeta, tu l'hai portato a scuola... e s'è 'mparato a scrivere... e s'è 'mparato a leggere..."; la seconda, una vecchia composizione del teatro di varietà cantata insieme alla donna amata segretamente, "Levati la blusetta... se non la vuoi levare... io ti sparo là per là".
 

Dopo un primo tempo costruito su un registro realistico o di commedia (Totò comparsa a Cinecittà; "omino della fila") il film diventa farsesco per l'influsso di Metz nella sceneggiatura. Il regista, comunque, ha saputo combinare nel film tutti e tre i livelli in cui si modula il prisma recitativo di de Curtis: il realismo, la commedia e la farsa, tutti e tre sempre ricondotti all'interno di una vena surrealistica che unisce e dà il senso inconfondibile alla maschera di Totò; basta osservare a tal proposito le due sequenze in cui Totò viene continuamente zittito dall'impresario americano (Paolo Stoppa) con l'espressione "Zitto, tu.."
 

Il finale patetico richiama quello di "Yvonne la nuit", ma qui il volto del personaggio, ampiamente scandagliato in primissimi primi piani, assume i contorni di un verismo maggiore, nel quale la rassegnazione dello sconfitto si proietta anche nel suo futuro, come dire che il film è finito, ma non sono finiti i caporali che questi continuerà ad incontrare.

Tratto da "Totò principe clown" di Ennio Bìspuri per gentile concessione


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