NUOVE SUL PRINCIPE : NOTIZIE DAL QUADRARO

di Emanuela Catalano

 

"NUOVE SUL PRINCIPE : NOTIZIE DAL QUADRARO"



Testimonianze originali sulla figura umana di Totò aggallano ancor oggi, a quasi 50 anni dalla scomparsa, diamo notizia di recenti “rinvenimenti” nel quartiere romano del Quadraro.

La prima delle notizie rinvenuta è solo un piccolo frammento, ma bello, perché ci permette, con brevi parole, di “toccare” ancora viva la vibrante carica umana, la profonda sensibilità di chi pur essendo nato sul gradino più basso e diseredato dell’esistenza era Principe nell’animo.

Nel quartiere romano del Quadraro, in Via Dei Quintilii 63A vi è, fin dal 1947, una “Barberia”.

L’attuale propietario, Gino Scarano, vi ha sempre lavorato fin da quando ha iniziato a fare il “garzone” di suo padre, il Barbiere.

Erano anni duri quelli, gli italiani non avevano denaro soverchio per curare l’estetica, era già difficile riuscire a mangiare.

 

La bottega della periferia non sempre aveva un numero di avventori sufficiente per sbarcare il “lunario”. Il consiglio di un cliente importante, casualmente conosciuto, Rossano Brazzi, dà uno stimolo al barbiere.

 

L’idea è quella di portare con sè gli attrezzi del mestiere e spostarsi nei vicini stabilimenti cinematografici, gli studi della Titanus e della De Paolis, arrivando fino a Cinecittà.

Vi era in quei luoghi un brulichio di persone più o meno addette ai lavori, per cercare occupazione o per svolgerla; tutti, dagli operai agli aspiranti attori, ai registi ai divi, trovarono la comodità di poter spuntare i capelli o fare la barba nei tempi morti della giornata.



Preziosi ricordi sono nella memoria di Gino Scarano, barbe fatte e spuntature di capelli a divi come Rossano Brazzi, noto per l’eleganza, Alberto Sordi di cui si ricordano le simpatiche battute, Aldo Fabrizi che parlava immancabilmente di cibo, o Nino Manfredi che aveva interesse solo per l’arte.

Ma su tutti i ricordi il più remoto, quello di un ragazzetto di soli sette anni, è certo il più precisamente inciso nella memoria, riguarda il suo esordio nel mestiere, in cui, fino ad allora, era stato “garzone”.

In una di quelle mattinate a Cinecittà, entrando in uno studio l’aria stessa vibrava dell’emozione che solo il nome suscitava, aleggiava tra i presenti, impercettibilmente sussurrato un nome: “Il Principe”.

Gino, di soli sette anni, avanzava nell’ampia penombra dello studio fino alla zona illuminata del set, molte persone affaccendate si muovevano con rapidità , da una parte le note poltroncine dove regista e attori principali attendono che tutto sia in ordine per iniziare il lavoro creativo.
 

Gino e il padre, protetti dalla penombra, si avvicinano a questo ristretto gruppo: gli occhi profondamente attenti dell’attore, abituati a cercare nell’umanità ispirazione e linfa per il lavoro, si soffermano sulla coppia. E’ un solo attimo ma la richiesta è pronunziata con semplicità e chiarezza: il Principe vuole che sia il piccolo Gino a fargli la barba.

Il pudore impedisce oggi al protagonista di dire di più. Gli basta questo, il ricordo del suo esordio lavorativo, essere stato scelto dal Principe!


Moltissimi saranno poi i clienti di Gino Scarano, attori e clienti “comuni” che si sono avvicendati nella sua Barberia, ormai riconosciuta come “Bottega Storica” dal Comune di Roma.

Senza dubbio però è quel ricordo del trapasso subitaneo dall’infanzia al mondo del lavoro, una vera e propria iniziazione all’età adulta, avvenuta col calore umano di gesti semplici che contraddistinguono i comportamenti dei Principi, che gli è rimasto impresso nel cuore.

Sempre dal Quadraro, girando in un museo all'aperto, per le vie del quartiere, il ”MURo”, cioè Museo, Urbano di Roma, ci si imbatte in un autore figurativo di murales ed affini che ha decorato un ruvido steccato di legno con un incredibile nuovo ritratto di Totò.

Il popolare Attore è immortalato dall’autore dell’opera figurativa, Diavù, con un viso perfettamente somigliante nei tratti somatici, che riproduce, con maestria, una delle più belle espressioni che balenavano sul volto plastico di Totò, quella che mette in immediata successione, quasi sovrapposte, arguzia e innocenza.

Per il resto il corpo dell’attore è trasformato in un’allungata sagoma nera, che rielabora il famoso frac trasformandolo nella tuta di Diabolik, infine sull’ineffabile volto spicca la nota di colore di due baffetti…verdi.

Il titolo dell’opera è, ovviamente, Totobolik!

Il surrealismo sintetico di questa chiave interpretativa proposta da Diavù ci pare perfetto per sdrammatizzare l’oleografismo del ritratto siglandolo, così proprio come avrebbe fatto lo stesso Totò, sempre a metà tra drammaticità della vita quotidiana e poesia dell’irrealtà.

 

Firenze 30 MAGGIO 2016 Emanuela Catalano

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